UNIVERSO INTERIORE E AFFIORAMENTI COSTRUTTIVISTI NELLA SENSIBILITA' PITTORICA DI ROBERTO BONGI.

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ROBERTO BONGI
UNIVERSO INTERIORE E AFFIORAMENTI COSTRUTTIVISTI
NELLA SENSIBILITA' PITTORICA DI ROBERTO BONGI.


Per quanto possa qualsiasi concetto di avanguardia proporsi di interpretare una qualche originalità legata ad una necessità di distinzione che sia in grado di dare risposta ad un bisogno di affrancamento rispetto a ciò che viene ritenuto non essere più nelle possibilità di rispondere ad una testimonianza, ad una qualche presunta forma di valore che sappia dare prova di se, che sia capace di imporsi, di farsi conoscere attraverso un impianto linguistico efficace, esiste, purtuttavia, un diritto di manifestare una complementare forma di libertà nell’esercizio delle arti figurative che contenga in se l’ambizione di ricercare, di cercarsi, per meglio dire, attraverso il complesso itinerario di quelli che potremo definire i percorsi di vitalità interiore non ufficializzati, non comunemente riconosciuti dal pedissequo accompagnamento di schemi lessicali confezionati, e che consenta, di pari grado, di recuperare un qualche elemento di rispetto e di valorizzazione di quelli che, fino a qualche decennio fa , per non dire, nell’estrema estensione super concentrata e compressa di quello che è stato definito il secolo breve, fino a circa cinquanta/sessant’anni fa, era considerata una vera e propria rinascenza delle arti figurative, sommamente di quelle pittoriche, nella stagione del miglior espressionismo astratto, del primo spazialismo, senza dimenticare quella sorta di purezza contemplativa rappresentata e contenuta nell’arte della manipolazione dei materiali introdotta dal genio di Burri. E se non bisogna illudersi di evitare il rischio di vedersi emarginati per non aver dissimulato una domanda di libertà e di indipendenza da certe ufficialità accademiche in cui si esercita il mestiere di critico e di osservatore dell’arte contemporanea, solo per il fatto di avvertire il bisogno di esprimere un’esigenza di autonomia, è evidente quanto stimolante appaia, almeno agli occhi di coloro che ritengono non essersi concluso l’esercizio della conoscenza, e non di meno, vogliano porre attenzione a questo che non è insensato definire come il recupero di un ordine per mezzo della riaffermazione dei valori sottesi ad una qualità pittorica che non tema di essere derubricata a mero esercizio didascalico, trovarci ancora una volta ad osservare con attenzione il lavoro di Roberto Bongi ospite dell’atelier post-industriale dell’amico Vince.
Senza volere per questo essere indotti nel consueto discorrere intorno ad una sorta di consumato manierismo dentro il quale viene prodotto serialmente un qualcosa di molto simile ad un esercizio esegetico intorno alle cause e agli effetti di una presunta originalità formatasi con il verbo di un’incontrollata spontaneità espressiva, esercizio dentro il quale sono solite disperdersi le energie di molti fra coloro che hanno l’ambizione di parlare di pittura e di critica artistica, ritengo altresì utile tentare di percorrere, seppure nei limiti di una presentazione, una linea di confronto e di lettura di certe opere qui esposte, ancorché una breve precisazione si imponga come premessa, nel tentativo di procedere cercando di dare un senso a quello che ritengo debba essere considerata, sopra ogni altra cosa, la qualità del suo lavoro riassumibile in un equilibrio di resa plastica accesa ad una originalità cromatica costruita per mezzo di una densità capace di ottenere equilibrio attraverso il dialogo tra le masse chiare e quelle scure, senza per questo declinare nella mera abilità, nella compiacenza del gesto per il gesto, ma portando tutto la risultante della sua espressività in una gamma di toni ove si eleva, si erge un’ambizione, una altimetria di spessore qualitativo nel ritmo di un colore che, quasi alchemicamente, cerca se stesso trovandosi e incontrando infinite gamme, molteplici risonanze, così come poc’anzi venivamo accennando, dentro un terreno di lotta, di competizione tra i chiari e gli scuri capace di dominare gli eccessi, così come le tentazioni velleitarie di un qualsiasi artificio. Prendiamo ad esempio il grande quadro rettangolare ove campeggiano in un misterioso galleggiamento formale tutto risolto in uno pseudo chiarismo di tonalità bianco grigiastre, alcuni elementi geometrici assomiglianti a quadrilateri incompiuti, triangoli non definiti, circoscritti da una sottile linea di contorno figlia anch’essa di una specie di ambiguità luministico – materica, tutta concentrata nel fondo di una composizione ove, la granulosità dell’impasto, ben lungi da voler riprodurre la suggestione materica di una falsificazione formale, si evidenzia per l’estrema qualità del pigmento, così da rivendicare una sua autonomia, una dignità di autosussistenza della pittura nel rispetto del suo immediato essere oggetto di risoluzione bidimensionale, entro la quale essa stessa trova la vita. È questo, mi sia concesso di dire, un quadro che riassume la concezione pittorica di Bongi nella misura in cui ne delinea l’intimo sentire quasi alla stregua di una voce, di una vocazione che sembra fuoriuscire dal suo segreto sentirsi emozionato di fronte alle possibilità di un lavoro capace di aprirlo e di sorprenderlo laddove le molteplici manipolazioni della sua sensibilità sono in grado di spingerlo. Si, perché, così è il bisogno di considerare il rapporto che lega lui stesso con le sue opere, un rapporto dove il normale e consueto dialogare, tipico in un certo senso dell’esercizio del dipingere, in Bongi viene a riassumersi quasi in un monologo, in un soliloquio ove l’autore entra in empatia con gli elementi capaci di costruire l’opera, quasi che egli sappia a suo modo far propria la lezione di qualche antico maestro del passato che vedeva nell’opera pittorica il portato di una voce, di una solidità capace di annullare le differenze, i diaframmi tra il rappresentato e il rappresentante, tra l’essere nella realtà del linguaggio visivo, ed andarvi oltre oltrepassando il confine di una diversa dimensione regno e dominio dell’essere pittura in quanto tale, dominio di una ricerca di verità fortificata nel crogiuolo di una visione interiore che sappia superare gli elementi di distinzione, di divisione, di contrapposizione per creare nell’annullamento di questi qualcosa di diverso, qualcosa in procinto di definirsi senza mai concludersi, qualcosa che esiste al di là dell’esistente percepibile. Che differenza di qualità, quale altra forza è capace di dimostrare una pittura come questa dagli inerti azzeramenti analitici, dallo scomposto e chiassoso ritorno ad un figurativismo di infima qualità di certa transavanguardia, dai silenzi ingannatori di una pseudo originalità fatta di gesti congelati, solidificati nell’autistico vuoto di un’espressività muta che ambisce ad occupare una materia ormai sfruttata, resa ottusa fino all’eccesso da un velleitarismo che non sa più quali pesci prendere. Per non parlare poi di un altro quadro, anzi, due per la verità, due distinti lavori entrambi di non eccessive dimensioni, ma comunque testimonianti quest’ultima frontiera del suo farsi pittore nel bel mezzo di un controllo, di una perspicace quanto consumata capacità di condurre il proprio avanzamento all’interno della costruzione formale dell’opera, risolvendo le parti, le periferie di certi preziosismi, con l’insieme del tutto, in un’armonia, in un equilibrio capace ancora di meravigliare per il loro veicolarci nel bel mezzo di un valore naturale. Il primo, una composizione risolta in verticale, con un fondo biancastro attraversato da impercettibili congestioni tra il lattiginoso e il madreperlato, su cui campeggia una danza di piccoli segni scuri attraversati qua e là da interventi di bistri tra il nero e il grigio che si lasciano penetrare da una luce, da un chiarore capace di infondere loro vita e movimento nella sospensione informale del loro essere presenti quasi alla stregua di una scrittura aeriforme; il secondo, costruito secondo le esigenze di una composizione dove alcune campiture rettangolari, allineate verticalmente, si ergono per delimitare quasi delle matrici, dei centri propulsivi di una carica cromatica giuocata sugli azzurri e sui blu oltremare, ove le ombre, intrise come sono da un pulviscolo di luce interiore, si accendono e si spengono interagendo con un fondo che li abbraccia contenendole in una sorta di abisso marino.
In altre occasione, poi, ci è dato riscontrare in Bongi come una contemplazione, una specie di memoria assorta a certi rimandi di qualche decennio fa, intorno agli anni ’80, quando si fece catturare dal seducente magnetismo dell’oro pittorico, stagione quella in cui, posso testimoniare, egli concepì alcune fra le sue opere maggiori. Come in questa rassegna ove egli, non dimenticando come sia estremamente complesso misurarsi con il pigmento dorato, sfida da cui egli è ben conscio di dover fare appello alla sua consumata autodisciplina di pittore per ridurre al silenzio le voci di certe facili provocazioni atte a produrre gli ingannevoli richiami di una falsa sontuosità anticamera illusoria del più deleterio decorativismo, pur concedendosi quella che potrebbe essere interpretata come una specie di autocitazione, riesce ad imbrigliare la scalpitante preponderanza di quella materia asservendola ad elemento di attenuazione bilanciata di sapienti riverberi chiaroscurali, infondendo al caos primigenio di una informalità sovrastante, quasi un registro, una chiave di lettura di un qualcosa che si pone a mezza strada tra il definito e il non definito, ove la luce, non ricondotta parimenti alla sua originalità naturalistica, attraversa i pigmenti congestionati come in un crogiuolo creativo capace di superare la dissoluzione delle forme tanto tutto viene risolto e trasformato nel controllo bilanciato degli elementi.
In definitiva, volendo propormi in questa presentazione, di concentrare l’attenzione sulle verifiche di qualità pittorica nell’opera di un autore che ha fatto di questo obiettivo la sua stella polare, tralasciando di proposito gli altri campi di indagine su cui potesse altrimenti posarsi l’analisi dello stile, il significato della sua pervicacia informale, finanche certi richiami ad una possibile tradizione novecentesca di tanta pittura italiana e non, ho voluto di proposito cercare di offrire un contributo alla comprensione della vicenda artistica di questo silente pittore pistoiese che, dall’isolamento quasi monastico in cui egli sa trarre le sue energie, è capace di proporsi ancora una volta all’attenzione di chi ancora abbia voglia di interessarsi di pittura con l’unica voce di cui egli si rende capace, ovvero con i risultati di un lavoro in cui egli, parafrasando una sua antica frase, vuol proporsi di partecipare alla costruzione di un universo che lui stesso, credo di comprendere, per spontanea inclinazione di quelle che sono le corde del suo più segreto sentire, riesce a risolvere per mezzo di nascoste ed intime corrispondenze tra ciò che le vocazioni costruttivistiche della materia riescono ad esprimere e la capacità di trovarsi egli stesso a suo agio nel bel mezzo di una dinamica di possibilità dove i confini tra l’essere dentro se stesso e il sentirsi parte di un tutto sono destinati a confondersi.