DIAPHANE di Filippo Basetti

Quale modo migliore di festeggiare il secondo anno di attività di Post Industrial Atelier se non ospitando le fotografie della serie CELLOPHANE di FILIPPO BASETTI?

DIAPHANE è un progetto site-specific: un esperimento che permetterà ai visitatori di immergersi e farsi avvolgere da fasce di cellophane che diventanando pareti mobili, ospiteranno le opere fotografiche di Filippo Basetti.

Fotografie dove il fotografo e la modella sono separati da cellophane permettendo così ad ognuno di sentirsi libero di potersi esprimere.
Fotografie dove la trasparenza è la vera protagonista; la luce, appunto, che attraversa e lascia intravedere il contorno del soggetto di un pallore che lascia quasi vedere al di sotto della pelle.


Critica a cura di GIULIO MALAOSTIA

"Di·à·fa·no/
aggettivo
Di corpo parzialmente trasparente, che permetta di scorgere almeno i contorni dell'oggetto posto dietro di esso.

Cellophane o cellofan
pellicola sottile e trasparente costituita da idrato di celulosa. Termine nato dall’unione delle parole “cellulosa” e “diafhane”.

Gli scatti che compongono la raccolta Diàphane di Filippo Basetti hanno come intimo comune denominatore lo smarrimento innescato nello spettatore da una prima visione, nella quale ci sfugge, sul primo momento, ciò che l’Operator della fotografia sta cercando di dirci in absentia, in parte nascondendoci dietro ad un velo il suo Spectrum, in altra parte sottraendo alla nostra vista di Spectator i riferimenti fisiognomici di ciò che vediamo, imponendoci di fermarsi un attimo per stringere lo sguardo come a mettere a fuoco, come a finire un lavoro solo abbozzato dall’artista, con un ribaltamento di poetica che ci immedesima col suo operato, per cercare di capire quello che è al di là del velo, diafano per l’appunto, che Filippo ci stende di fronte come primo elemento di costruzione dell’immagine artistica.
Davanti all’obiettivo, ma comunque dietro al velo, il soggetto si frantuma, si moltiplica su più fronti protetto da un velo traslucido di idrato di cellulosa, occupante gran parte dell’inquadratura.
Come un esperto chimico che lavora con una maschera protettiva, l’artista isola adesso il soggetto del suo scatto dalla realtà circostante, eliminando tutti i dettagli che lo possono contestualizzare nell’ambiente, fino a farlo diventare esso stesso una molecola di Luce, parte di una reazione chimica in atto.
Una volta ottenuta questa scomposizione dell’oggetto, operata attraverso il suo occhio, e protetta da un limbo traslucido, Filippo dispone tutti gli elementi della sua fotografia con estrema sapienza, pronto finalmente a scrivere con la Luce la sua parola/soggetto; ma non è soltanto questo il valore intrinseco delle opere così realizzate e qui raccolte.
La vera forza di questi scatti sta nell’intuizione della necessità di erigere uno schermo tra il soggetto e l’oggetto artistico, cioè la creazione di un confine, la messa in essere di una interzona che delimita e legittima lo spazio occupato dallo Spectrum, che viene in questo modo liberato dalle convenzioni estetiche e sociali che implica il farsi ritrarre e, diviene pronto a farsi simulacro e portatore di significato a sé stante, esule anche dal discorso poetico e visivo dell’artista, ma soprattutto dal giudizio critico di chi osserva.
Dall’altro lato della barricata si trova Filippo, in attuazione della sua regia descrittiva fatta di corpi, luci e colori, pronto a cogliere l’attimo preciso in cui tutte le realtà ( quella dello Spectrum, quella dell’Operator e quella del futuro Spectator ) si incontrino.
Nel suo immaginario di tessuto sintetico prendono vita figure che lottano per emergere, o semplicemente, che restano immobili dietro al velo per farsi osservare, senza volto e senza contorni che ne delimitino il loro essere nel mondo. Si trovano così ad essere delle piccole divinità scolpite con la Luce, esposte in una “vetrina” parzialmente trasparente, che ci permette a malapena di scorgere i contorni dell’oggetto dietro di essa.
Ci appaiono figure femminili che si sporgono fino a toccare il limite tra il Dentro ed il Fuori, come a tentarci, quasi ad invitarci nel loro mondo anestetico creato di puro bagliore, dove il desiderio si infrange sul confine che l’artista ci mette di fronte, oppure pronte a chiederci di essere afferrate e portate nella nostra dimensione.
Il velo diafano rende tutto tremendamente perfetto e nella sua distanza ci interroga sul trascorrere del nostro tempo, così ossessionati dal dover per forza classificare e categorizzare qualsiasi cosa per poterla concepire e fruirne filtrandola con i nostri canoni di gusto, lasciando in questo modo, purtroppo, sfuggire la bellezza del dettaglio non completamente messo a fuoco, il fascino della fantasia che ricrea a posteriori quello che non ci era stato dato di vedere con chiarezza in un primo momento, quel piccolo sfarfallio di luce così diafano che ci colpisce ad una prima visione il più delle volte molto distratta.
La vera opera d’arte non è qui data dal soggetto in sé, seppur frantumato in possibilità multiple di ciò che vorrebbe essere o di ciò che in realtà è, ma nemmeno da quello che il fotografo vorrebbe che fosse per palesare così la sua arte; il vero spettacolo viene messo in scena proprio dal velo. Esso è il tramite per il quale la luce filtra e va a descrivere, facendosi membrana attraverso la quale le figure si palesano e diventano reali per noi, piuttosto che nella camera chiara del fotografo.
Ogni singolo scatto è leggibile su molteplici livelli, una mise en abyme attuata attraverso lo stratagemma del velo semitrasparente che pone in atto i desideri del soggetto usato come modello, libero dal giudizio dell’occhio che lo vede, purificato anche dal significato che l’artista vorrebbe imprimergli con la sua arte, divenendo così vergine e perfetto materiale per la composizione del tessuto narrativo del fotografo, il quale si trova adesso ad essere piuttosto un medium delle varie esperienze messe in campo dalla composizione plastica della fotografia.
Ogni scatto è la creazione di un’icona a sé stante, un piccolo mondo autoreferenziale e perfetto, fruibile per pochi minuti, prima di passare al successivo, fino a racchiudere dentro la nostra memoria solo quanto ci colpisca veramente, come a crearci un piccolo catalogo di personale Bellezza."

Biografia:

Filippo Basetti, nato a Pistoia nel 1975, si occupa di arti visive. Non si pone il problema del mezzo ma del fine, ovvero raggiungere e restituire al meglio un’idea o un progetto. Passa così dalla fotografia, alla pittura, al video, al modello e all’installazione senza problemi di coscienza o di morale. Quasi tutti i suoi lavori, si rifanno alla fine all’architettura, alla fantascienza e alla visione organica della società, come unicum organismo vivente. Lavora inoltre per studi di architettura come designer tridimensionale, come disegnatore di copertine per gruppi musicali, fotografo e videomaker per case editrici, enti pubblici, associazioni e privati. Ha partecipato a numerose collettive, mostre personali e ha all’attivo riconoscimenti nel campo dei cortometraggi e video. Si ricordano le ultime personali a Pistoia presso la “Fondazione Jorio Vivarelli” nel 2018, “Sincresis” a Empoli nel 2014, a Pistoia presso “Aoristò” nel 2009, a Roma presso “Ketumbar” nel 2006 e a Firenze presso il “Gran Caffè Giubbe Rosse” nel 2005; le collettive come: “Manifesto Urbano” a Pistoia nel 2015; “Oltrecittà – Missing Masses” a Villa La Magia a Quarrata e “Impulse wave on the rock chariot” al Fuori Expo Toscana, nel 2015; “Finte Nature” presso il Mac'n di Monsummano Terme e ”Fotografia Europea 2013 - sezione OFF” a Reggio Emila, nel 2013; “I am design positive” presso la Triennale Bovisa di Milano e “Pistoia, I colori dell'esilio” presso la Biblioteca San Giorgio, il Chiostro San Giovanni e le Sale Affrescate del Comune di Pistoia, nel 2010; “Tools for Revolution or Just for Sale” presso Villa Romana a Firenze nel 2009; “Cina Cina Cina!!!” presso la Strozzina di Firenze nel 2008; “Postfordist Reality” a Pontedera nel 2007; “In visita – Giovani Artisti a Pistoia” presso il Centro di Documentazione Giovanni Michelucci a Pistoia nel 2004; “Contested Space” presso la Stazione Leopolda di Firenze e “S.O.S. Design per Emergency” presso l’ Università dell'Immagine di Milano nel 2002. Ha opere in collezioni pubbliche e private. Per info:www.filippobasetti.com